I coronavirus nell’aria inquinata studiati dal 2016 e gli interrogativi da risolvere
mercoledì 23 settembre 2020

di Gaetano Gorgoni 

Gli studiosi stanno cercando prove che dimostrino la correlazione tra inquinamento e covid-19: in campo c'è uno studio che continua ad far discutere dopo mesi. Il primo report sulla capacità dei coronavirus di viaggiare nell’aria risale a 20 anni fa: dimostrava il perché nelle aree più inquinate la mortalità per il virus influenzale fosse doppia. Ma solo nel 2016 si analizza la diffusione dell’influenza stagionale associata alla presenza di particolato in Cina, con uno studio pubblicato un anno dopo: nelle polveri sottili vengono trovate tracce del virus, anche se il contributo alla diffusione risulta limitato al 10,7% dei contagi e alle giornate più fredde.


Ci sono vari tipi di particolato: PM10, PM2,5, particolato fine con diametro inferiore, ma anche particolato ultrafine. Lo studio effettuato da SIMA, di cui vi abbiamo parlato nei mesi scorsi, ha dimostrato la presenza dell'RNA del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico. Il risultato è stato ottenuto dall’analisi su 34 campioni di PM10 in aria ambiente di siti industriali della provincia di Bergamo, raccolti con due diversi campionatori d'aria per un periodo continuativo di 3 settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo 2020. Oggi partiamo da una nozione di storia dei virus che ci spiega l’infettivologo e scrittore Pietro Grima, che in questi giorni si prepara all’uscita del suo nuovo lavoro sul covid-19 (che troveremo in tutte le librerie): la famiglia dei coronavirus umani è stata “scoperta” da June Almeida, virologa britannica, una pioniera nell'imaging, nell'identificazione e nella diagnosi dei virus, a metà degli anni ‘60 del secolo scorso (“quindi parlare di un virus ‘nuovo’ è improprio”- riflette Grima). “Nel 2016 gli scienziati raccolsero dei dati in cui si rilevava la presenza di coronavirus nelle aree più inquinate - spiega l’esperto salentino - Il virus viaggiava col particolato. Ma gli scienziati, all’epoca, non ci hanno detto di quale tipo di coronavirus si trattasse. Trovarono il coronavirus in zone con livelli alti di particolato: secondo questi studi, chi abitava in queste zone più inquinate aveva più probabilità di sviluppare sintomi influenzali gravi e quindi di morire”. Praticamente è una questione di maggiore carica virale: se oltre a essere minacciati dalle goccioline di chi è infetto respiriamo l’aria piena di polveri sottili a cui si attacca il coronavirus, il nostro organismo subirebbe un maggiore attacco, una carica virale irresistibile, che porterebbe a sintomi e a compromissione degli organi vitali nei soggetti più fragili. Questa è sostanzialmente la strada percorsa dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) nel famoso studio compiuto insieme ai ricercatori dell'Università di Bari, Bologna e Trieste, e dell’ateneo di Napoli “Federico II”, che parte da un interrogativo: come mai il covid-19 ha colpito in maniera pesantissima solo in alcune zone dell’Italia? La risposta data dallo studio è basata sul clima: in inverno in località come Bergamo le polveri sottili, “agganciate” dal coronavirus si diffondono in condizioni di stabilità atmosferica e alte concentrazioni di PM. In altre parole, le micro-goccioline infettate contenenti il coronavirus SARS-CoV-2 possono stabilizzarsi sulle particelle per creare dei cluster col particolato, aumentando la persistenza del virus nell'atmosfera come già ipotizzato sulla base di recenti ricerche internazionali: il particolare clima nordico facilita la diffusione.

GLI INTERROGATIVI

Quella sopra descritta è un’ipotesi da provare. Di certo sappiamo solo che l'RNA del SARS-CoV-2 può essere presente sul particolato in aria ambiente. In altre, parole sappiamo che nell’aria inquinata di alcune zone del nord sono state trovate tracce del virus che ha scatenato la pandemia nel mondo, ma non sappiamo con certezza se si tratta di tracce attive e capaci di infettare le persone che respirano normalmente quell’aria. Ci potrebbe essere una correlazione tra inquinamento e covid-19, ma mancano ancora diversi tasselli per avere la certezza scientifica. Il professor Alessandro Miani, presidente della Sima ha fatto notare come lo studio dell’aria comunque serva a capire se il coronavirus sia presente in una determinata città per prepararsi ad affrontarlo in tempo. Se si dovesse provare che quelle tracce di virus agganciate alle polveri sottili trasmettono il contagio, allora tutto cambierà ed avremo la risposta al perché in Lombardia il virus ha colpito molto più duramente, mentre in regioni come la Puglia il SARS-CoV-2 ha fatto molti meno morti e meno danni. “IL MORBO TORNA A FARSI MINACCIOSO” “Il ‘morbo’ è tornato a farsi minaccioso - scrive il dottor Pietro Grima su Facebook - favorito dalla non curanza estiva di molti di noi che hanno creduto nella sconfitta del virus sentendosi liberi di compiere disinvolte imprese. Sornione e subdolo, il SARS.CoV-2 ne ha approfittato ed eccoci qua, ancora una volta, a parlare di coronavirus. Ho scavato nella mia memoria di vecchio infettivologo alcune norme igieniche che vi ricordo ora che sta per iniziare l’anno scolastico (e che Dio ci protegga!)”. L’esperto ricorda che già nel 2002 la comunità scientifica lanciò l’allarme di inevitabili futuri episodi pandemici, quindi, oggi occorre maggiore consapevolezza: “Allo stato mi sento di consigliare: un corretto uso della mascherina che deve coprire naso e bocca; lavaggio delle mani e degli avanbracci con sapone a base di clorexidina (IBISCRUB). Tale operazione assicura una sterilizzazione della cute per almeno 5-6 ore (quindi basterà ripetere 3 volte al giorno). Poiché si presume che il virus rimanga vivo (ma non replicante) per 6 ore sulle superfici piane, queste si potranno sanificare usando etanolo al 65-70%. Bisogna considerare la necessità del distanziamento (1 metro) evitando gli assembramenti. Chiunque, anche l’amico o il parente più stretto, può essere fonte di contagio. Mi raccomando e vi raccomando: siate consapevoli ed usate la massima prudenza”.

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